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Pergola e gli Ebrei
di Pierserafino Marsico

Si è recentemente svolta a Pergola, come pure in numerose altre sedi, la Giornata Annuale Europea della Cultura Ebraica nel contesto di manifestazioni culturali sia pubbliche che private. In questa occasione l’Amministrazione comunale ha voluto ricordare l’importante contributo storico e culturale dato dalla numerosa e attiva comunità ebraica stabilitasi a Pergola nel periodo successivo al nefando Editto di Granada (1492).

Houses on the Mountain

In questa occasione l’Amministrazione Comunale ha pubblicato un supplemento a stampa al giornale “Pergola”, nel quale si dà notizia di alcune vicende che interessano personaggi illustri, tuttora viventi, nel periodo della Seconda Guerra mondiale. Tra questi, anche per motivi familiari, desidero ricordare il pittore Albert Alcalay del quale, qui di seguito, riassumo brevemente le vicende.

Il Camion (The Truck)

Albert Alcalay nacque a Parigi nel 1917. Nel 1920 la sua famiglia emigrò a Belgrado, città nella quale, all’età di dodici anni, egli iniziò l’apprendistato con il pittore Bora Baruh. Dopo avere frequentato una scuola di pittura privata , nel 1937 si iscrisse alla Facoltà di Architettura di Belgrado e successivamente si stabilì a Parigi per studiare l’Impressionismo, il Post-Impressionismo, il Fauvismo e il Cubismo, movimenti che hanno continuato ad influenzarlo per tutto l’arco della sua attività artistica.

Durante la Seconda Guerra mondiale, Alcalay si unì alla resistenza. Catturato dai nazisti, riuscì a evadere rifugiandosi a Padova. Essendo stato rinchiuso nel carcere di Vicenza, poté sottrarsi alla Gestapo e nel 1942 si riunì alla sua famiglia nel campo di concentramento di Ferramonti. Fu qui che conobbe l’espressionista tedesco Michael Fingesten dal quale fu profondamente influenzato. Tra il 1943 e1945, Alcalay si rifugiò a Pergola. Dopo la Liberazione, lasciò definitivamente l’Italia per Boston, affermandosi come pittore e docente presso la locale Università, acquisendo notorietà internazionale.

Del periodo pergolese, il pittore serbò sempre un vivido e nostalgico ricordo, come traspare dalla seguente lettera, scritta in italiano, indirizzata al dott. Achille Caverni il 6 giugno 1995: “Carissimo Achille, … io ancora disegno e mi fa piacere. Il mio assistente viene a prendermi e mi riporta a casa e i miei studenti sono entusiasti del mio insegnamento. Tra un mese avrò 78 anni. Al 6 di agosto esporrò un’altra mostra di 14 oli e 34 acquarelli e ti manderò l’invito come sempre. Ho una nostalgia per l’Italia e specialmente per i vostri paraggi e penso spesso di voi e del nostro tempo insieme a Pergola. Vorrei chiederti un piacere, Achille. Vorrei comprare un libro delle Marche con tutte le photo dei paesi marchigiani. Vorrei almeno guardare le photo dei paesi e della campagna marchigiana. Ho speso tanti anni felici e tragici che quegli eventi parteciparono nel formare il mio carattere e una philosophia che sta in me. Sembra che ho lasciato parte del mio cuore, delle mie emozioni e sentimenti…”.

In precedenza, la famiglia del pittore, come ricorda M. Beci nell’opera “Pergola e i suoi dintorni 1943-1944”, priva di data ma 2006, ed. Stibu, p. 60, aveva voluto dare testimonianza scritta dell’ospitalità pergolese nel modo seguente: “Alle autorità – I signori Federico ed Ettore Caverni, commercianti di Pergola, hanno aiutato me e la mia famiglia durante la nostra fuga da Pergola ed il nostro nascondimento nella campagna durante le persecuzioni fasciste e tedesche. Essi ci hanno ospitato nella loro casa di Caudino dove eravamo nascosti dal 5 gennaio al 11 aprile 1944. Ci hanno pure portato del danaro e mandato dei viveri in questo periodo. Così, essi hanno contribuito alla nostra salvezza. – Samuele Alcalay, Direttore di banca di Belgrado suddito jugoslavo internato civile di guerra”.

Oggi, a Gerusalemme, un albero nel Viale dei Giusti” è intestato ad Achille Caverni. Il quadro più sotto riprodotto, dipinto da Alcalay durante il breve soggiorno romano, sembra un’eco della drammatica parentesi pergolese. Questa parentesi, tragica e creativa a un tempo, viene ricordata anche dal pergolese Walter Valentini, allora ragazzo e oggi artista famoso, al quale sono dovute le opere qui di seguito riprodotte.

Nel ricordo di Valentini, Albert Alcalay continua a vivere come “quel pittore ebreo che ogni mattina, con la cassetta dei colori e il cavalletto andava nei dintorni di Pergola a ritrarre i paesaggi” che lui seguiva “come un cagnolino” finché, un giorno, Alcalay si accorse della sua presenza e, saputo che il ragazzo desiderava diventare pittore, gli regalò un tubetto di bianco a olio.

Da quel giorno non lo vidi più” ricorda Valentini, “scomparve: seppi in paese che lo cercavano i tedeschi”.

I due si rincontrarono fortuitamente molti anni più tardi, nel 1970 a Boston, in occasione della esposizione “Birth of the Work”, alla quale Valentini partecipava con alcune sue opere.

“Forse –commenta Valentini- il regalo di quel tubetto di colore era un segno premonitore: era l’annuncio di un destino…”

 

Pierserafino Marsico - Milano, 31 maggio 2007

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